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Trapani da sballo, Trieste cancellata

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(Photo Credit Pallacanestro Trieste – LBA)

TRAPANI SHARK – PALLACANESTRO TRIESTE: 131-88

Trieste: Obljubech, Reyes n.e, Deangeli (k) 3, Uthoff 19, Ruzzier 13, Campogrande, Candussi 5, Brown 20, Brooks 4, McDermott 13, Johnson 11, Valentine n.e.

Allenatore: Jamion Christian. Assistenti: Francesco Taccetti, Francesco Nanni, Nick Schlitzer.

Trapani: Notae 21, Horton 10, Robinson 14, Rossato 13, Alibegovic 10, Galloway 7, Petrucelli 12, Yeboah 13, Mollura (k) n.e., Gentile, Brown 21, Eboua 10.

Allenatore: Jasmin Repesa. Assistenti: Andrea Diana, Alex Latini, Isaac Jenkins.

Progressivi: 41-25 / 70-42 // 101-69 / 131-88

Parziali: 41-25 / 29-17 // 31-27 / 30-19

Arbitri: Rossi, Borgioni, Capotorto.

La Pallacanestro Trieste trova finalmente il modo per entrare negli annali della Serie A, ma purtroppo lo fa per il motivo sbagliato: funge, infatti, da sparring partner, alla stregua dei Washington Generals per gli Harlem Globetrotters, ad una prestazione balistica trapanese statisticamente memorabile, ed alla quale, suo malgrado, verrà per sempre associata. Una prestazione granata che ritocca vari record stagionali, e qualcuno ogni tempo nella massima serie: 9 giocatori in doppia cifra, 167 di valutazione, 70 punti segnati in 20 minuti e 131 in 40 (quarto punteggio all time in Serie A), 41 punti segnati solo nel primo quarto, 19 triple con il 73% da tre, 43 assist (record all time in Serie A). E potremmo continuare a lungo. Ad esempio, cominciando dai 78 punti su 131 realizzati dai giocatori che non partivano in quintetto, segno di un roster che definire completo è riduttivo: Repesa si ritrova almeno 10 giocatori da rotazione pura, e la realtà dei fatti è che il suo omologo sull’altra panchina ne può ruotare di fatto 6. Non deve ingannare, infatti, il tabellino finale, arrotondato dal garbage time dell’ultimo quarto, a partita ormai finita da almeno venti minuti, con spazio concesso a Deangeli, Campogrande, Candussi e Obljubech: Trieste, scegliendo di schierare Ruzzier, Uthoff, Johnson, McDermott, Brown e Brooks per gran parte della partita, viene letteralmente stritolata dalla fisicità debordante, prima ancora che dal talento puro, di avversari che contano su cambi vorticosi, alternando quintetti lunghi a small ball di una velocità devastante, capace di arrivare al ferro in transizione in costante superiorità numerica. Trieste fallisce clamorosamente nel suo intento di difendere alla morte a metà campo, subendo al contrario il gioco velocissimo degli avversari, ma per cercare inutilmente di arginarlo si sfianca al punto da risultare sempre, costantemente, invariabilmente in ritardo nelle rotazioni difensive anche quando riesce a schierarsi, subendo sì la precisione al tiro di Trapani, ma agevolandola in modo evidente consentendo una caterva di tiri in ritmo, piedi a terra con chilometri di libertà. Il fatto che poi Notae e Gabe Brown riescano nell’intento di centrare il bersaglio anche tirando con il palmo dell’avversario spalmato sul naso, è semplicemente il “plus” che trasforma una vittoria importante in una nottata magica e memorabile. E dire che, se analizzata “stand alone”, la prestazione offensiva di Trieste non è neanche fra le peggiori della stagione: sono infatti 88 i punti segnati con percentuali ottime da due e discrete da tre, con il solito dominio a rimbalzo (29-20 con ben 15 rimbalzi in attacco), tirando addirittura con l’86% i ben 30 tiri liberi concessi (contro i 13 concessi a Trapani). A condannarla, però, sono le 25 palle perse, a suo modo anche questo un record stagionale, di cui solo 11 recuperate fattivamente da Trapani: significa che a causare i turnovers per ben 14 volte è la distrazione, l’errore banale che fa carambolare il pallone sulle caviglie del compagno o lo lancia in mano agli spettatori delle prime file. Ma è anche conseguenza della clamorosa e costante pressione difensiva granata, che toglie fiato e idee, energie e lucidità, un’onda continua di energia che impedisce per tutta la partita a Ruzzier di impostare con serenità il gioco, per non parlare dei minuti nei quali il play triestino rifiata in panchina ed a sostituirlo nel compito, perlopiù improvvisando, rimangono Brown o Brooks. Ed è, anche, conseguenza della scarsa convinzione, trasformatasi velocemente in frustrazione ed infine in desiderio di finirla prima possibile ed andare una buona volta sotto la doccia. In una situazione del genere, in cui a naufragare è l’intero battello, parlare dei singoli non ha particolare senso. Sono 5 i giocatori in doppia cifra, ma essenzialmente perchè sono i cinque ad essere sostanzialmente sempre impiegati. Alla sufficienza potrebbero arrivare solo Markel Brown, che almeno ci ha messo muso duro ed attributi finché è rimasto in campo, il solito Uthoff multitasking e, forse, Jayce Johnson, il solito guerriero autoritario nel pitturato, ma talmente isolato alla mercé dei raddoppi e delle triplicazioni di marcatura non appena prova ad avvicinarsi a canestro dalla posizione di post, da risultarne letteralmente stritolato. Anonima o insufficiente, talvolta gravemente insufficiente, la prestazione di tutti gli altri, compresa quella di un coaching staff colto alla sprovvista, incapace di gestire o perlomeno tentare di trovare contromisure in corsa all’onda di piena granata, con la ciliegina dell’espulsione del capo allenatore, frutto più del tentativo di dare una scossa emotiva alla squadra ed ai suoi collaboratori che di reale frustrazione.

Dove finiscano gli immensi meriti di una formazione che si è rialzata sulle gambe la prima volta a 21 secondi dalla sirena finale, e dove inizino i demeriti di una Trieste frastornata, probabilmente partita battuta nella propria testa già alla palla a due, apparsa scarica, sfiduciata e stanca, priva della solita verve, della consueta gioia nel giocare a pallacanestro, e priva, soprattutto di tre americani, è un esercizio perfettamente inutile. Letti a posteriori, i segnali c’erano tutti, a cominciare dalla dichiarazioni di Jamion Christian in sede di presentazione della partita, che parlavano di una settimana di allenamenti non ottimale: potrebbe esserci stato qualche problema fisico di troppo, qualche assenza forzata, un po’ di stanchezza, un po’ di tensione. Naturalmente non lo sapremo mai, anche se poi, per un motivo o per l’altro, il compito in classe si è risolto con una pesante insufficienza. Il quarantello (abbondante) sulle spalle con il quale risale sull’aereo che la riporterà a Ronchi deve però rimanere un fardello di cui liberarsi in fretta, anche perchè che si perda di uno o di cinquanta, si tratta sempre e comunque di soli due punti in classifica non conquistati: l’umiliazione non deve quindi lasciare tossine nella testa e nelle gambe degli uomini di Jamion Christian, al contrario può essere il motore per una reazione d’orgoglio ed un pungolo per l’amor proprio di giocatori dall’esperienza troppo lunga e dalla mentalità troppo vincente per subire supinamente una legnata di questa portata senza voler immediatamente rialzare la testa, a cominciare dal primo allenamento del lunedì. Anche perchè l’obiettivo playoff è ancora ben lungi dall’essere conquistato, favori da altri campo non ne arriveranno più ed in queste ultime 8 partite le avversarie avranno ognuna un obiettivo ben preciso e delineato da raggiungere, chi il primo posto, chi il terzultimo, chi l’ottavo. Otto partite nelle quali la politica consueta ma talvolta, forse, eccessivamente prudenziale e conservativa della società potrebbe essere messa almeno temporaneamente in disparte magari con l’aiuto di un po’ di antidolorifico laddove non si sia in presenza di infortuni talmente gravi da imporre lo stop, anche perchè la volontà di arrivare al massimo dell’efficienza fisica quando più serve, durante la post season, ma non qualificarsi, sarebbe un esercizio un po’ fine a sé stesso….

Sarebbe, anche, discretamente importante comprendere il motivo della non pubblicamente annunciata esclusione di Justin Reyes: nelle ultime partite, pur sembrando fisicamente non particolarmente menomato, forse un po’ legato in difesa ma comunque molto reattivo in attacco, era stato impiegato solo in fugaci circostanze arrivando raramente ai dieci minuti fuori dalla panchina (avvicinandosi, piuttosto, ai cinque), per poi sparire del tutto al PalaShark nonostante sia stato aggregato alla comitiva per la trasferta. Qual è il male oscuro che affligge il portoricano? Ha una ricaduta dei suoi malanni cronici alle ginocchia? E’ una scelta tecnica del coach ora che si ritrova in roster una valida alternativa (solo sulla carta, alla luce della prestazione insufficiente di McDermott in terra siciliana)? Trieste si può permettere di “regalare” per scelta -o per necessità- un giocatore in un ruolo così importante, nel quale mediamente le dirette avversarie sono super coperte? E poi, perchè non dirlo pubblicamente?

Più legati ad un tentativo di pretattica l’inserimento a referto ed il riscaldamento interamente svolto da Valentine, che visivamente non pareva affatto sofferente, anche se evidentemente qualche fastidio dell’ultimo minuto deve averlo provato. Il suo rientro contro la Virtus appare imprescindibile, e lo sarebbe anche quello di Colbey Ross, sebbene i tempi per quest’ultimo siano incerti ed imprevedibili. Un rush finale che per Trieste diventa, dunque, un puzzle complesso e di difficile interpretazione, che richiederà una gestione attentissima, quasi chirurgica, dei giocatori da impiegare (o da lasciare in alternativa a riposto) e dei rischi che si è di conseguenza disposti a correre.