(Photo credit, liberamente modificata in stile Studio Ghibli: sito ufficiale Bryant Bulldogs)
Già, tutto scorre. In questi giorni, ad esempio, scorrono velocissime immagini di sorrisetti ironici dei profondi conoscitori del gioco che nel luglio del 2023 si chiedevano chi diavolo fosse quello sconosciuto allenatore proveniente da Mount Saint Mary University tirato fuori dal cilindro dall’allora dirigente dell’anno per guidare la Pallacanestro Trieste fuori dall’inferno nel quale era precipitata. Istantanee di un’intera curva, finanche un intero palazzetto, in piedi a dileggiare apertamente e sonoramente il suddetto sconosciuto, ancora ignaro del mutevole mondo nel quale era stato suo malgrado catapultato, ancora incapace di far esprimere sul campo ad una banda di spaesati italiani la sua visionaria filosofia di vita ancor prima che sportiva. Immagini della serafica pazienza coniugata a coerenza granitica ostentate, perlomeno esternamente, dallo stesso coach e dal suo mentore in mezzo alla tempesta. E poi, di un mese di follia totale, fatto di inaspettati ed inspiegabili trionfi e di marce indietro, di tardive quanto inutili scuse. Ed infine, di un primo anno di Serie A capace di riportare il basket ad essere trend topic in città, elevando l’ex sconosciuto coach di Mount Saint Mary University a possibile quanto improbabile candidato ad allenatore dell’anno. Per finire con un annuncio precoce di separazione, che qualche mal di pancia deve averlo provocato, ed anche bello forte. Del resto gli americani sono così: pragmatici fino all’esasperazione, capaci di sfumare sentimentalismi e rapporti umani sullo sfondo di una carriera fatta apposta per massimizzare i guadagni. In questo senso, pur da latini che dell’attaccamento alla maglia e della riconoscenza fanno una ragione di vita, la scelta di Jamion Christian non può e non deve sorprendere, non può e non deve indignare, anzi deve essere vista come la monetizzazione (economica ed umana) di un’esperienza che due anni difficili passati in città a ripetere come un mantra “I love these guys”, “I am proud of the resilience of this team” sia riuscita far rientrare dalla porta principale il coach nel suo mondo, quello in cui è nato e cresciuto ed in cui, evidentemente, ha da sempre immaginato il suo futuro professionale, con buona pace dei “motivi familiari” frettolosamente quanto semplicisticamente indicati come ragione principale della separazione dalla Pallacanestro Trieste e che pur avranno avuto un qualche peso in questa repentina vicenda. Oddio, non che la piccola squadra dei Bulldogs, che gioca in un palazzetto da duemila persone nel campus di Bryant University, vicino a Providence, Rhode Island, possa realmente essere considerata una vera e propria porta principale nel mondo del basket NCAA, ma evidentemente è il suo sogno, e per questo non resta che augurare al coach di realizzare la meravigliosa carriera che si è costruito ed a cui ha sempre aspirato. Oppure, allenare una squadra universitaria che pare più simile al CUS di Borgomanero che a UCLA non è il sogno di una vita, ed allora si fa fatica a comprenderne le ragioni, che pur devono esserci e belle pressanti, ma anche in tal caso non resta che augurargli davvero il meglio.
Di certo, Christian lascia però incompiuto un progetto che Michael Arcieri aveva costruito tutto attorno a lui, rischiando la sua credibilità professionale maturata in decenni di duro lavoro in piazze prestigiose e terribilmente difficili, sfidando preconcetti e scetticismo da parte dell’intero ambiente della pallacanestro italiana. Arcieri è americano, ma la sua anima latina emerge anche nel lavoro: non ha mai fatto mistero di voler sempre anteporre le qualità umane al talento, la rettitudine familiare e l’etica del lavoro alle capacità tecniche. L’attaccamento alla causa, la riconoscenza (vogliamo parlare della riconferma di Justin Reyes?) sono per lui prioritarie, e per questo è disposto a concedere il tempo per maturare, per ambientarsi, per metabolizzare novità ed ambiente nuovo a giocatori, dipendenti e, naturalmente, allenatore. Christian deve ad Arcieri il merito di averlo raccolto dall’anonimato -perlomeno a livello globale- ed avergli dato l’opportunità di elevare le sue esperienze, accumulare conoscenza del gioco e della possibilità (che per gli americani è sorprendente quanto scoprire una civiltà aliena sulla Luna) che anche al di fuori dei loro confini ci sia un mondo capace di giocare a pallacanestro, professionisti seri ed ottimi giocatori, un modo di intendere lo sport e gli eventi sportivi diverso dal loro, fatto di ansie e pressione che questa travolgente esperienza gli ha permesso di conoscere ed imparare a gestire ed, infine, utilizzare per arricchire un curriculum fino a due anni fa, diciamocelo, non certo di primissima fascia. In questo senso, lasciare incompiuto un progetto ancora embrionale e che avrebbe potuto essere foriero di traguardi imprevedibili (anzi, proprio alla vigilia della possibilità di raccoglierne i primi frutti) deve essere considerato una sorta di tradimento personale più da parte di Michael Arcieri che dalla città di Trieste, suo malgrado avvezza a voltafaccia di ben altra portata. Possiamo fin d’ora prevedere come l’aplomb e la classe del GM, sfociate nelle insolitamente scarne dichiarazioni di apprezzamento (preconfezionate?) pubblicate assieme al comunicato di mercoledì scorso, non faranno uscire al di fuori dell’intimità della sua coscienza o magari dei suoi affetti familiari alcun segno di delusione o di nervosismo, anche perchè preservare la serenità della squadra in un momento cruciale della stagione diventa la priorità principale per tutti: magari, chissà qualcosa emergerà fra vent’anni nella sua autobiografia. Ma, fuori dai denti, tanto siamo fra quattro amici: noi, al posto suo, saremmo incazzati come bisce.
Che poi, fu veramente vera gloria? Vero, esclusivo merito di Jamion Christian se Trieste è riuscita a tornare a masticare basket vero dopo solo un anno di deprimente surrogato? Se a sei giornate dal termine della sua stagione da neopromossa può ancora legittimamente mettere nel mirino uno dei primi quattro posti? E’ indubbio che il coach abbia portato al di qua dell’oceano una destabilizzante ondata di novità, che ha prima stordito un ambiente abituato a decenni di routine monodimensionale, di un approccio al lavoro in palestra, di preparazione delle partite, di studio delle avversarie che parevano scolpiti nella roccia per poi scomparire sotto una valanga fatta di orari di lavoro ridotti ed innovativi, di allenamenti gestiti con metodologie mai viste in Europa a questi livelli (specie in A2) di un gioco frutto di uno studio spasmodico, approfondito, maniacale di numeri che specialmente nella serie inferiore non sono così facili da reperire. Di una impostazione delle partite fatta di un flusso apparentemente elementare e ripetitivo su cui vengono progressivamente innestate varianti sempre nuove e sempre diverse anche in funzione delle avversarie. Ovviamente calare un approccio di rottura di questo genere, per un allenatore alla prima esperienza fuori dai rassicuranti confini di casa, a cui vengono affidate le chiavi di una squadra di italiani che non comprendono nemmeno quello che dice e che talvolta sono apertamente refrattari a metabolizzare metodologie che per lungo tempo parevano inapplicabili o comunque poco foriere di risultati, non deve essere stata un’impresa alla portata di chiunque, specie se sommata alla necessità di comprendere un nuovo modo di vivere ed una nuova lingua, abituarsi ad una nuova casa con la famiglia lontana ed a farsi nuovi amici. E dunque, nonostante le grandi doti di perseveranza ed incrollabile fiducia nel proprio approccio, e ad una inesauribile riserva di resilienza e coerenza, Jamion Christian non sarebbe riuscito nella sua missione senza il determinante aiuto, sostegno finanche, di chi gli stava attorno: il general manager in primo luogo, il cui ruolo di dirigente si coniuga dal principio, ben in profondità, con le questioni tecniche e di spogliatoio. E del coaching team che Arcieri gli ha messo attorno, Nanni e Carretto in A2, lo stesso Nanni e Taccetti nella seconda stagione, tutti coach che al di là del loro ruolo ufficiale di coordinatori di attacco e difesa, sono stati i veri traghettatori del coach nel nuovo mondo, in quanto profondi conoscitori dei campionati, delle squadre, dei giocatori di Trieste e di quelli delle avversarie, dei loro punti di forza e dei loro punti deboli. Un bagaglio di informazioni e di esperienza maturata senza il quale nessun coach americano avrebbe avuto alcuna possibilità di non uscire letteralmente stritolato ancor prima di finire di scendere la scaletta dell’aereo che lo ha portato in Europa. Poi, è chiaro, Christian ci ha messo del suo: è stato abilissimo nell’apprendere velocemente, nel mettersi in pari anche come approccio alle partite progressivamente molto più orientato al risultato che all’estetica (ed in questo senso tendenzialmente più adatto al pubblico europeo che a quello dei college), nel tenere saldo lo spogliatoio dimostrandosi capace di ascoltare e di adattarsi, ma anche di spiegare e farsi capire. In altre parole, ha dimostrato di possedere esattamente quella che la sua biografia preannunciava come sua dote principale: essere un fenomenale comunicatore ed, in quanto tale, un grande motivatore di uomini. A questo proposito, da un uomo così abile nella comunicazione ci si sarebbe aspettati un po’ di maggior tatto nel dedicarsi sui social a raccontare urbi et orbi la nuova avventura come se fosse una liberazione, ignorando bellamente quella vecchia, come se il nuovo capitolo fosse già iniziato e quello vecchio già concluso, ma così, forse suo malgrado, non è. E comunque manca, e a questo punto mancherà per sempre, l’ultimo tassello, quello di riuscire a comunicare con la gente parlando in italiano, e dunque il coach rimarrà per molti un oggetto misterioso, una specie di santone filtrato attraverso le traduzioni di chi a turno si affanna ancora oggi a sostenerne le uscite pubbliche. Nel secondo anno, poi, il suo compito già facilitato dalla preparazione degli assistenti si è messo ancor più in discesa con l’allestimento di una squadra di un livello con il quale fallire sarebbe oggettivamente stato più difficile che divertirsi e far divertire. Bisogna essere onesti: se ti mettono a disposizione l’MVP Colbey Ross, un ex NBA come Markel Brown, e poi Jeff Brooks, che ha vinto due scudetti e due Coppe Italia, una prima scelta di Chicago come Denzel Valentine, ed un paio di giocatori sconosciuti in Italia ma che segui da anni come Jarrod Uthoff e Jayce Johnson, potrai avere un po’ di ansia da prestazione, rischierai magari di essere travolto dalle loro debordanti personalità, ma si tratta pur sempre otto americani in un club americano con un General Manager americano, in cui la lingua ufficiale è l’inglese, in cui farsi capire è il problema minore. Infine, in cui l’esperienza lunghissima e profonda maturata in Europa ed in particolare in Italia da gran parte del roster rende ogni difficoltà molto più semplice da essere affrontata e risolta. Insomma, quest’anno immaginiamo Jamion Christian come un bambino nel negozio di caramelle.
In un ipotetico bilancio complessivo -sebbene ancora provvisorio- della sua avventura triestina, dunque, prescindendo dal trionfo del giugno del 2024 che onestamente ha molti padri (compreso il coach, per carità), a guadagnarci maggiormente in termini professionali è stato certamente Jamion Christian: gli mancava, dopo anni di gestione di manipoli di ragazzini, una maturazione in un contesto con approccio professionistico per poter tentare di rilanciarsi nel mondo NCAA, che da un paio di anni, dopo l’introduzione della possibilità di pagare i giocatori, è molto più simile all’NBA ed alla logica del dollaro che alla antica favola dello sport uguale per tutti. Curriculum aggiornato, grazie ed arrivederci. A Trieste rimane un mese di stravolgente bellezza cestistica, la valorizzazione di giocatori come Vildera, Candussi e di un Ruzzier restituito a livelli da top player nel basket italiano -ma anche altri persi per strada come Campogrande-, ed il miglior scorcio di stagione nel ventunesimo secolo. Non è poco, ma nemmeno nulla di particolarmente memorabile, comunque qualcosa per la quale Christian potrà essere rimpianto almeno per qualche tempo. Finché l’ineffabile scorrere degli eventi non lo relegherà ad una delle tante pagine scritte e girate della storia della pallacanestro a Trieste. A meno che, naturalmente, i prossimi due mesi non tornino ad essere di una stravolgente bellezza cestistica, e sappiamo tutti cosa potrebbe voler dire: in tal caso ci rimangeremmo volentieri l’ultima affermazione.
Per l’appunto, tutto scorre. Ed anche velocemente. Jamion Christian viene presentato venerdì 4 aprile alle 10:30 al Quinlan/Brown Academic Innovation Center nel campus di Bryant (in videoconferenza? Fosse volato di persona nel Rhode Island due giorni prima della sfida con Napoli solo per sorridere ai giornalisti raccontando loro quanto ami i giocatori della squadra dei Bulldogs sarebbe oggettivamente un po’ troppo anche per la disincantata Trieste). C’è ancora da divertirsi su questa sponda dell’oceano, ci sono ancora obiettivi che sul suo resume risalterebbero come lampioni ai led colorati e che i giocatori biancorossi di cui si è dichiarato tanto orgoglioso hanno tutta l’intenzione di provare a raggiungere. Ci sono sei partite da vincere, ci sono turni da superare, il limite per Trieste, ad inizio aprile, è ancora solo il cielo. E poi, a giugno, ricomincerà la caccia: Michael Arcieri è in possesso di know how e di vissuto personale, di capacità di comprensione delle persone non comuni e quindi si può star certi che la sua attività di scouting nello sconfinato oceano di potenziali nuovi Jamion Christian sparsi nel mondo del basket americano (perchè la strada è tracciata: un nuovo coach non americano sarebbe una sorpresa spiazzante per tutti) sia già iniziata un’ora dopo il frettoloso comunicato di mercoledì scorso in cui dichiarava di sostenere la scelta del coach. Tutto scorre: la Pallacanestro Trieste si ripresenterà regolarmente alla prima giornata della prossima stagione con il suo nuovo allenatore ben determinato a proseguire lo sviluppo di un progetto che ha radici ormai molto ben radicate.